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Storia

 

LA PIA CASA DI RICOVERO DI CITTADELLA - Le Premesse

E’ antica come la storia della nostra città la consuetudine cittadellese alla pietà e alla pratica della solidarietà nei confronti di chi era in difficoltà o di chi per motivi religiosi, pellegrino in terra straniera, sostava nelle nostre contrade per recarsi a Roma.
Il più antico dei siti in cui era esercitata questa generosa pratica era situato qui a Cittadella in fondo al borgo Paduano in luogo intitolato a san Lazzaro. Il primo documento che riferisce di un ospedale per i poveri dedicato a questo santo il testamento di donna Fontana di Palmerio da Fontaniva, vedova di Parulfo de Boschetis da Padova che il 13 luglio del 1300 lascia a questo xenodochio situato sulla strada che porta a San Donato nella zona dove sorgerà Ca’ Nave, un livello sopra un terreno. Nel 1500 si parla per la prima volta di hospitale, collegato alla chiesa del Carmine, quando si accetta il lascito di un anonimo cittadellese per restaurarlo e dotarlo di pozzo per l’acqua, segno che la struttura è preesistente. La prima data documentata sulla chiesa del Carmine, riportata dal Salomonio, che la chiama «Ecclesiae assumptionis beatae virginis olim patrum carmelitarum»
risale al 1439, incisa sulla lapide di sepoltura di Aloysia de Furlanis.
Nel 1501, nell’inventario dei beni della fraglia di S. Maria della disciplina risulta che la stessa fraglia è proprietaria di un altare della chiesa della disciplina, con tutto il suo corredo oltre a « uno ospedale posto in borgo padoan de Cittadella apresso la dicta gesia cum lectiere octo, ancora lecti e piumaci dodese che sono in dicto ospedale una camera dove se veste li batudi e 64 vesti per dicti batudi?..? una casa de muro coverta de copi dove abita el guardian o prior de dicto ospedale » e di una parte del pozzo, diviso tra la fraglia e il convento oltre ad alcuni campi in diverse zone di Cittadella. All’inizio del ‘500, si possono quindi ipotizzare: l’esistenza della Chiesa, la presenza della fraglia con l’ospedale e una sua cappella all’interno chiesa e il convento dei Carmelitani.1

Dopo il decreto napoleonico, la chiesa e le sue pertinenze furono acquistate dalla famiglia De Rossi. L’ospedale, grazie al lascito testamentario di don Pietro Smania del 1819, venne trasferito nel 1837 nella zona dove ha sede tuttora.
Il primo medico addetto fu il cittadellese Francesco Gibellato, medico fisico e chirurgo scientifico, nominato dal 1804 assieme a Francesco Marangoni alla condotta medica di Cittadella.
Nel 1862 l’Amministrazione comunale, grazie al lascito di Elisabetta Viani, ingrandì e potenziò l’ospedale che per un certo periodo si chiamò ‘Fondazione Viani’ ed acquistò l’intera area per costruirvi la Pia Casa di Ricovero. La chiesa fu quindi riaperta al pubblico e diventò contemporaneamente oratorio per gli ospiti.

 

L’istituzione della Pia Casa

L’iniziativa per l’istituzione della Pia Casa Di Ricovero, voluta dalla pietà dei cittadellesi, ebbe origine nel 1862, quando nella seduta consigliare del 26 aprile, la Deputazione Comunale stabilì di dare vita alla Pia Opera, nominando una commissione, “prepositura”, destinata a raccogliere le caritatevoli offerte dei concittadini per questo scopo. Un decreto del Congresso Provinciale del 10 luglio dello stesso anno approvò l’istituzione della prepositura che venne nominata nella seduta consigliare del 12 novembre. Questa commissione, composta dal reverendo arciprete della parrocchia di Cittadella don Bartolomeo Xilo, dal dottor Giuseppe Wiel primo deputato, dal dottor Giovanni Maria Panza, da Prosdocimo Baggio e da Pietro Forlani, si rese subito parte diligente, cercando fondi in tutti i modi possibili. Nel 1863 fu organizzata una tombola in occasione dell’annuale fiera di ottobre, l’Istituto Filarmonico eseguì nel Teatro Sociale delle “accademie” il cui incasso venne consegnato alla prepositura. Si ricorse poi alla filantropia delle persone più in vista della società cittadellese e dei paesi vicini come l’arciduchessa d’Austria Marianna di Savoia residente a Galliera Veneta, ai conti Cittadella e al conte Dolfin di Ca’ Nave, per ottenere elargizioni e regali.

I conti Cittadella cedevano l’uso del proprio palchetto del Teatro Sociale che veniva “affittato” in occasione delle rappresentazioni più importanti.
La Deputazione Comunale da parte sua istituì delle contribuzioni volontarie, divenute obbligazioni settennali con cui gli esercenti e i commercianti del centro venivano tassati per poter finanziare quest’opera. Perfino le multe, comminate ai cittadini per i più svariati motivi, venivano versate alla prepositura della Pia Casa per lo stesso scopo. Molti erano anche i contributi di piccola entità che pervenivano spontaneamente da persone ignote: un sacco di riso, due staja di frumento e così via. Dopo l’acquisto da parte della Deputazione Comunale dalla famiglia De Rossi dello stabile, della chiesa e dei terreni adiacenti, mancavano ancora i fondi necessari all’approntamento e all’apertura dell’istituzione. Fu così che la generosa disposizione testamentaria della defunta Elisabetta Viani deceduta nel 1862, divenne presupposto indispensabile all’avviamento della struttura. Gli introiti derivanti dagli affitti di numerosi terreni, case e fondi boschivi situati a Cittadella, Fontaniva e San Martino di Lupari donati dalla defunta, resero possibile l’inizio dell’attività già nel 1864.2

 

Le regole

La costruzione esistente fu adattata all’uso previsto garantendo l’opportuna divisione tra il reparto maschile e quello femminile, furono acquistate le suppellettili occorrenti all’avviamento e la commissione si recò a Bassano per prendere visione dell’organizzazione interna della locale Casa di Riposo diretta da Gaetana Sterni e funzionante ormai da vent’anni. Fu mandata come tirocinante per un anno in quella struttura la giovane cittadellese Lucrezia Miazzi che sarebbe diventata direttrice della Casa di Cittadella, al suo ritorno tutto era pronto per l’apertura. Alla fine dell’estate del 1864 i primi ricoverati: sei donne ed altrettanti maschi entrarono nella casa.

Fin dalla sua inaugurazione, la Pia Opera si dotò di un statuto redatto sullo schema di quello di Bassano del Grappa,i almeno per quanto riguardava il regolamento organico e disciplinare, infatti a differenza di quella di Bassano, l’istituzione di Cittadella non era stata progettata come Casa di Industria, e cioè i ricoverati non erano tenuti al lavoro esterno dividendo il salario con la casa che procurava loro sia il lavoro che gli attrezzi. A Cittadella i ricoverati più adatti per forze fisiche erano destinati ai servizi interni tra cui la conduzione dell’orto i cui prodotti in eccedenza erano venduti.
La nuova istituzione doveva dare l’idea di una struttura ordinata e ben governata in perfetta sintonia con le pubbliche leggi che si opponevano all’accattonaggio, alla mendicità ed al vizio e così la vita dei ricoverati era regolata come in una caserma.
La nascita a Cittadella o la residenza nel comune da almeno dieci anni erano requisiti necessari all’accettazione « di quegli individui miserabili che per gravezza di età o per malattie croniche non sono più atti a guadagnarsi con mezzi meccanici quanto basti per sostenere la vita.»

Alla prepositura, nominata dalla Deputazione Comunale e composta da un presidente, un vicepresidente e due amministratori spettavano l’amministrazione e la responsabilità sul buon andamento dell’Istituto. La gestione interna, la sorveglianza e la vigilanza sul rispetto di tutte le disposizioni superiori erano affidate alla provveditrice o direttrice coadiuvata da un inserviente che sorvegliava i maschi. L’assistenza sanitaria era garantita da un medico che periodicamente o in caso di bisogno visitava i malati disponendo le cure necessarie fino all’eventuale ricovero all’Ospedale Civile. Anche un chirurgo, su richiesta del medico, forniva la sua opera all’occorrenza. Un cuoco, un infermiere ed un portinaio completavano il personale addetto alla conduzione dell’istituto. Le cariche direttive e cioè quelle ricoperte dai componenti la prepositura erano “onorarie” e perciò a carattere gratuito.

L’assistenza religiosa e il culto ricoprivano una parte importante della vita dei ricoverati visto che questi erano considerati cristiani cattolici mantenuti di vitto e vestito dalla carità dei loro concittadini, e così la frequenza alla chiesa, ai sacramenti e all’insegnamento della dottrina cristiana cattolica erano quotidiani. Il cappellano, coadiuvato in vista delle grandi feste, da due confessori vigilava sulla buona condotta morale dell’istituto, «che non siano tenuti discorsi irreligiosi e indecenti né si commettano scandali o altri atti riprovevoli.» I ricoverati erano tenuti a intervenire in uniforme alle principali processioni del capoluogo e cioè a quella del Corpus Domini, a quella votiva di San Paolo e a quella di Santa Maria del Carmine.

La giornata della “famiglia” iniziava al sorgere del sole con un tocco di campana che annunciava la sveglia e quindi il rifacimento del letto e la pulizia personale. Un’ora dopo, un secondo tocco, avvisava i ricoverati a recarsi in silenzio in chiesa per le preghiere e per ascoltare la Messa. Dopo la Messa era prevista la colazione nei due refettori e a mezzogiorno un altro rintocco segnalava l’orario del pranzo. La cena era servita mezz’ora dopo il tramonto e dopo un’altra mezz’ora seguiva il riposo notturno.
Le ricreazioni giornaliere si svolgevano nei rispettivi cortili o luoghi a questo oggetto assegnati.
Due volte alla settimana, tempo permettendo, quanti in grado di farlo venivano condotti al passeggio dalla provveditrice e dall’inserviente. Una sola volta al mese, escluso il periodo di Quaresima e il mese di maggio gli “ospiti” erano autorizzati ad uscire, previa verifica della pulizia dell’uniforme, che oltre al vestito in panno o in cotone castano prevedeva in caso di uscita anche il cappello con lo stemma di riconoscimento per gli uomini, e un fazzoletto bianco in testa per le donne. Era espressamente vietato recarsi nelle osterie, nelle botteghe di caffè o di liquori né si poteva questuare nei negozi, nelle case o nelle strade. Anche le visite di parenti o benefattori erano permesse solo alla domenica, sotto sorveglianza ed in luoghi ben determinati all’interno della Casa.
Erano previste punizioni proporzionate alla gravità della trasgressione e potevano partire dalla privazione del vino a tavola fino alla espulsione dall’Istituto.
« La porta sarà chiusa all’Ave Maria della sera e riaperta al levare del sole. »
A fronte di questo rigido regolamento, la pulizia, l’assistenza sanitaria e il vitto erano di buona qualità. ii
Lo statuto iniziale rimase in vigore almeno fino al 1882 anno in cui il Pio Istituto venne eretto a Ente Morale con regio decreto.

 

I benefattori

Due grandi targhe poste sulla facciata della casa ricordavano fino a pochi anni or sono i molti cittadellesi che avevano contribuito alla realizzazione, al mantenimento e allo sviluppo di questa stimata istituzione. Tra questi si ricordano le famiglie: Fabris, Mercante, Favaretti, Sampò, Benozzo, Sartori, Scapin, Rovigo, Ferrettoni, Fidora, Fantin, Dolfin, Bertollo, Malatesta, Morello, Marangoni. Una citazione a parte meritano Elisabetta Viani e don Emilio Basso che hanno avuto in tempi diversi parte importante nella nascita e nella crescita di questa importante istituzione cittadina.

Elisabetta Viani

Figlia di Luigi Viani e Francesca Morello, morì nella casa di famiglia vicino alla Piazza Maggiore di Cittadella nel 1862 a soli 40 anni, lasciando un ingente patrimonio all’Ospitale di Cittadella, alla Pia Casa di Ricovero e alla Chiesa Parrocchiale con testamento redatto il 13 settembre 1859. La famiglia Viani era presente nella nostra città fin dal 1700. Nel censimento generale del 1806 troviamo Alessandro Viani, notabile, possidente e setaiolo abitante in centro a Cittadella.
Quale fosse stato lo stile di vita di Elisabetta Viani lo possiamo desumere dall’elogio funebre steso da don Giuseppe Sarto, futuro Papa Pio X, nel primo anniversario della morte il 24 novembre 1863 nel duomo di Cittadella. Il cappellano di Tombolo metteva in evidenza la sua virtù di essere vissuta da povera pur disponendo di forti sostanze, che ella aveva distribuito largamente ai poveri, alle opere di carità, alla chiesa, dando pubblica testimonianza di riconoscenza a una donna ‘veramente evangelica’.
…. « In casa non codazzi di servi inoperosi, non splendidi cocchi dorati, non palafreni animosi, non mense squisite, niente degli agi, delle comodità di nobili famiglie. La sua casa era il ritrovo dei poveri ai quali si impartivano granaglie, pani, vesti ?..? generose erano le oblazioni agli altari ?..? efficace l’aiuto da lei porto a tanti perché giungessero alla meta dei loro studi. »
Alla fine della sua lunga prolusione sulle benemerenze della generosa benefattrice, don Giuseppe Sarto ricordava come fosse stata particolarmente a cuore ad Elisabetta la sorte dei poveri anziani ed esortava i cittadellese a seguire il suo esempio nel dare aiuto alla nascente Casa di Ricovero, …
« Continuate generosamente nella via che splendidamente ella v’ha segnata per partecipare al merito sublime di erigere quel tanto desiderato Asilo che accoglierà i vecchi impotenti.»i

Emilio Basso

L’arrivo a Cittadella il 10 maggio 1908 di don Emilio Basso come arciprete, coincise con l’avvio nel cittadellese di una nuova stagione politica: l’ingresso in politica dei cattolici. Don Emilio con la sua forte e decisa personalità contribuì in maniera sostanziale a far nascere nei contadini la coscienza al diritto di salvaguardare i propri interessi facendo crescere in loro l’attivismo e l’impegno politico fino ad essere considerato dal delegato di pubblica sicurezza, qualche anno dopo il suo arrivo a Cittadella, “un sobillatore delle masse contadine, l’anima di un movimento che avrebbe potuto mettere in serio pericolo l’ordine pubblico in Città.” i
Nato a Legnaro nel 1872, fu ordinato sacerdote nel 1897, dopo un periodo dedicato all’insegnamento nel Collegio di Thiene, fu destinato come arciprete a Saonara dove rimase per fino alla sua nomina a Cittadella in sostituzione di don Pietro Schievano prematuramente scomparso.
La statura morale e la grande fede religiosa di don Emilio furono unanimemente riconosciute dai fedeli che lo seguirono con affetto profondo durante tutto il lunghissimo periodo in cui fu parroco a Cittadella. Guidò la parrocchia cittadellese per ben quarantasette anni, condividendo con la sua gente l’orrore di due guerre.
Completò i decori della facciata del duomo nel 1913 e intraprese e portò a termine nel 1927 la decorazione interna della stessa chiesaii. La fondazione dell’Istituto Bertollo, fu per molti aspetti opera sua. Diede vita a numerose associazioni parrocchiali e istituì il Patronato. A seguito della donazione Fabris e al legato Mercante, nel 1912 potè dare inizio all’Istituto maschile per l’infanzia abbandonata, sorto in Borgo Bassano nei locali che la Casa di Ricovero aveva ereditato nel 1903. Quest’opera, cui dedicò un forte impegno e grande premura ebbe sempre un posto speciale nel suo cuore.

 
Giancarlo Argolini
  • Giancarlo Argolini e Luigi Sangiovanni, Il convento e la chiesa di Santa Maria della Disciplina o del Carmine, in Storia di Cittadella. Tempi, spazi, gerarchie sociali, istituzioni, a cura di Lino Scalco, Cittadella, Comune di Cittadella, 2007 p. 377 – 386. Xenodochia o Hospitales erano ospizi destinati ai pellegrini ed erano posti sulle vie frequentate nei pellegrinaggi. Venivano gestite da monaci che offrivano alloggio e cibo.
  • Dopo il legato Viani, seguirono negli anni numerosi altri lasciti o donazioni di benemeriti concittadini. Un elenco di oblatori pubblicato nel 1883 enumerava oltre quaranta famiglie di benefattori a favore dell’Istituto. Da ricordare il lascito di Domenica Arsego ved. Bertin, proprietaria di quello che era stato il più antico dei monasteri cittadellesi, quello posto nel borgo bassanese e intitolato a Santa Maria del Camposanto. Mancata nel 1903 lasciò alla Casa di Ricovero il monastero di Borgo Bassano che sarebbe diventato asilo e casa di riposo.
  • Il primo statuto della Pia Casa di Ricovero di Cittadella fu redatto il 7 luglio 1864.
  • Art.IX dello statuto del 1864. La composizione vittuaria per ciascun ricoverato è fissata come segue: Domenica: Riso once tre, Carne di bue once quattro. Lunedì: Orzo con patate e paste e porcine. Martedì: coratelle di castrato con polenta. Mercoledì: faggiuoli con paste, formaggio. Giovedì: come la domenica. Venerdì: faggiuoli, pesce fresco, salata o formaggio. Sabbato: baccalà con polenta. In tutti i giorni caffè nero alla mattina, once dieci di pane e due bicchieri di vinetto, tabacco due volte per settimana. La presente tabella vittuaria rimase in vigore per oltre vent’anni.
  • Nel modesto monumento realizzato dallo scultore Ugo Zannoni di Verona nel 1870, posto all’ingresso del cimitero e proveniente dalla sua sepoltura, una iscrizione latina ricorda questa nostra illustre e dimenticata concittadina. ELISABETH ALOY. F. VIANI / CITTADELLENSI / QUAE PRECLARIS VIRTUTIBUS EXORNATA / BENEFICENTIA IN PAUPERES / SINGOLARITER INITUIT / EGENORUM HOSPITIUM / NOSOCOMIUM HORPHANATROPHIUM / TEMPLUM LEGATIS QUOQUE / REDITIBUS AUXIT / MUNICIPES P. / OB. XIX K D AN MDCCCLXII / AET.S.ANXL. AD ELISABETTA VIANI FIGLIA DI LUIGI CITTADELLESE. CHE, DI CHIARISSIME VIRTU’ ORNATA, SI DISTINSE IN MODO ECCEZIONALE PER GENEROSITA’ VERSO I BISOGNOSI, ACCREBBE L’OSPIZIO DEI POVERI, L’OSPEDALE, L’ORFANATROFIO,, LA CHIESA CON LEGATI E CON RENDITE I CITTADINI POSERO. MORI’ IL 13 NOVEMBRE DEL 1862 ALL’ETA’ DI QUARANT’ANNI.
  • Lino Scalco. Il risveglio sociale dei cattolici in Storia di Cittadella. Tempi, spazi, gerarchie sociali, istituzioni, a cura di Lino Scalco, Cittadella, Comune di Cittadella, 2007 p. 682 - 694
  • Una targa posta all’interno del duomo ne ricorda le vicende del costruttive e l’azione dei sacerdoti che presero parte al completamento. QUESTO TEMPIO RICOSTRUITO NELL’ANNO 1826 AD ONORE DEI SS. PROSDOCIMO E DONATO FELICEMENTE RESTITUITO ALL’ANTICO SPLENDORE PER VOLONTA’ UNANIME DI CLERO E FEDELI CON IL CONTRIBUTO MUNIFICO DEI SACERDOTI PIETRO E ABRAMO DALLA ZUANNA FU SOLENNEMENTE INAUGURATO DAL VESCOVO DI PADOVA S.E. MONS. GIROLAMO BORTIGNON IL 5 APRILE 1964 NELLA COMUNE ESULTANZA DEL POPOLO CITTADELLESE CHE VOLLE QUI PERPETUARE CON LA MEMORIA DI SAN PIO X CHE CAPPELLANO A TOMBOLO VI PREDICO’ LA PAROLA DI DIO TRA GLI ANNI 1859 – 1865 E PONTEFICE NE INSIGNI’ GLI ARCIPRETI DEL TITOLO DI PROTONOTARI APOSTOLICI QUELLA VENERATA E CARA DI MONS. EMILIO BASSO PER 47 ANNI FINO AL 1955 ARCIPRETE E PADRE AMATISSIMO.
Fonti:
Archivio Casa di Riposo di Cittadella
Archivio Parrocchiale di Cittadella
Archivio Comunale di Cittadella
 
 
 
 
 

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